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Il presepe barocco napoletano: tra fede e arte

Quello che colpisce subito nello scorgere un presepe napoletano stile settecentesco è l’atmosfera di attesa: tutto il diversorio, comprendente l’annuncio degli angeli ai pastori e le scene di vita quotidiana, sembra pervaso, nonostante la calma apparente della fredda notte, dal fremito e dal presentimento che stia per accadere qualcosa di importante. La figura di Benino, il pastore dormiente sotto le stelle lontane, sembra, infatti, evocare il sogno dell’uomo che aspetta i cieli nuovi ed una terra nuova (Ap 21,1), la nostalgia per il paradiso perduto e il desiderio di infinito insito nel suo cuore. D’altronde anche gli astri sembrano partecipare a questo evento come ci rammentano alcune espressioni di canzoni natalizie, composte dal santo napoletano Alfonso De’ Liguori: Fermarono i cieli la loro armonia …

Quanno nascette Ninno a Bettlemme era nott' e pareva miezo juorno. Maje le Stelle, lustre e belle, se vedetteno accossì: E a cchíù lucente jett'a chíammà li Magge all'Uríente che si mettono in cammino.

Questi personaggi esotici, seguiti dai loro dromedari, cavalli e pachidermi, portano doni profetici ma essi stessi sono gravidi di diversi sensi e significati: le tre età dell’uomo (la giovinezza, la maturità e la senilità), i tre continenti conosciuti ai tempi di Gesù (l’Africa, l’Asia, l’Europa), il cammino quotidiano del sole (il bianco dell’aurora, il baio rossiccio del mezzodì, il nero della sera). Cristo è venuto per tutti i popoli e per accompagnare l’uomo, ogni giorno, intutte l’età della vita! Non solo la volta celeste prende parte all’avvenimento ma anche il tempo che con la nascita del Redentore subisce uno spartiacque: la ruota del mulino sembra, infatti, proprio un orologio che scandisce i giorni e l’arrivo del nuovo anno. I due compari che giocano a carte, detti i San Giovanni,rappresentando le festività dell’Evangelista (27 Dicembre) e del Battista (24 Giugno), richiamano rispettivamente il solstizio d’inverno e quello d’estate. Tutte le stagioni e i mesi dell’anno sono raffigurati dai vari mestieri e dalle arti: Gennaio con il macellaio (si uccidono i maiali); Febbraio con il ricottaro; Marzo con il pollivendolo; Aprile con il venditore di uova; Maggio è illustrato da una coppia di sposi recanti un cesto di ciliegie e di frutta; Giugno con il panettiere, in relazione evidentemente al Pane Eucaristico; Luglio con il mercante di pomodori; Agosto con quello di cocomeri; Settembre con quello di fichi o seminatore; Ottobre con il vinaio o il cacciatore; Novembre con venditore di castagne; Dicembre con pescivendolo (venditori del capitone), anche qui con chiaro riferimento cristologico all’acrostico del pesce. Così tutte le attività dell’uomo, il mondo animale, vegetale (vedi il friggitore di frittelle con l’olio di oliva) ma anche quello inanimato come il fiume, carichi di diverse simbologie, sono i destinatari dell’Incarnazione del Verbo, che è venuto a porre la sua tenda in mezzo a noi e a rinnovare il cosmo: tutta la creazione, infatti, attende la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8,19). Dietro l’osteria dove avevano rifiutato l’ospitalità alla Vergine in preda alle doglie, spunta la meretrice e il frate cercatore che evoca coloro che sono nel regno dei morti, le anime purganti, le pezzentelle che cercano preghiere di suffragio. Il mistero della  redenzione operata da Cristo sulla Croce, viene profeticamente preannunziato dalla zingara che porta con sé gli strumenti del supplizio, la tenaglia e i chiodi. Ci sono anche personaggi sinistri che si aggirano nella notte del presepe napoletano! Tra questi spicca Erode che nel suo castello, posto nel piano più alto, si gode la strage degli innocenti e la sventurata, per usare un termine manzoniano, monaca Mafalda, suicida per amore, annoverata dalla tradizione popolare tra i dannati. Il cuore del presepe è però il Mistero, la mangiatoia dove giace il Bambino a braccia aperte, pronto ad accogliere vicini e lontani. A vegliare il sonno dell’Onnipotente c’è la Madre estasiata e Giuseppe, il giusto, il custode eletto da Dio per la Santa Famiglia, recante in mano il bastone di mandorlo fiorito di veterotestamentaria memoria: egli è il nuovo Aronne, scelto per sorvegliare il Tabernacolo dell’Altissimo (Nm 17,9). Come testimone della scena, a parte l’asino e il bue, appare il pastorello della meraviglia, immerso nella contemplazione del Ninno-Dio: ca tutt’ammore faje doce a vocca, e po mbriache o core! La lavandaia, invece, espone la biancheria bianca della puerpera, rivelando il parto verginale della Madonna. Sopra la capanna, ricavata dalle macerie di un tempio pagano (segno che l’umile Cristianesimo ha vinto sulla superbia dell’Impero Romano), sono presenti tre angeli, rappresentanti della Divina Triade: il primo, al centro, recante il cartiglio con la scritta, Gloria in Excelsis Deo, è l’angelo del Padre, il secondo, il turiferario, è l’angelo del Figlio, l’ultimo che suona la tromba è quello dello Spirito Santo. Ne seguono poi altri due: l’angelo con i piattini che canta l’osanna del Re e del Papa e l’angelo con il tammurro, che canta quello della plebe. Tanti auguri: Gloria a Dio, pace ‘n terra, nu cchiù guerra, è nato già lo Rre d’amore, che dà priezza e pace a ogni core!

Cristian Cavacchioli